TRA INFERNO E PARADISO.IT

Cristina Soranzio

La mia storia (biografia non ufficiale)

 

La penna come un coltello. Decido che è ora di tagliarmi. É ora di far uscire il sangue, l'inchiostro. Esito a lungo. Non è facile autoferirsi. Ho paura del dolore. Finalmente mi apro, squarcio la mia carne. Esce il sangue. Dolore e calore. Il foglio si colora. Ed eccomi lì. Un tratto di scrittura su un foglio banco...

Questo è uno dei tanti pensieri che avevo scritto nel momento più buio del mio rapporto con la scrittura. Non ho memoria di un tempo in cui non  ho scritto racconti (ovviamente non appena imparato a scrivere). Scrivere è per me sempre stata la cosa più naturale del mondo. É la scrittura in sé ad essermi connaturata. Trovo facile scrivere persino in una lingua che non è la mia, come l'inglese. Scrivere è per me la cosa più facile del mondo. Da sempre. Per questo è anche la più difficile. Per anni ho scritto racconti. Li ho strappati tutti. Per anni ho soffocato la pulsione di scrivere. Scrivere era doloroso. Sul foglio mi trovavo faccia a faccia col mio io più intimo. Non volevo che nessuno lo vedesse/leggesse. Forse neppure io stessa volevo vedermi. E tuttavia continuavo a sognare di diventare una scrittrice. A chi mi chiedeva che cosa volessi diventare da grande mentivo però. Dicevo “giornalista”. Aveva a che fare con la scrittura, ma la percepivo come un tipo di scrittura esterna, quasi impersonale. Pensavo davvero di diventare una giornalista. Ma poi mi sono imbattuta nella realtà del mondo giornalistico e, onestamente, la mia scrittura, una scrittura che scaturisce dal cuore, non è mai riuscita ad adattarsi ad esso.

Per anni ho continuato a nascondere il mio sogno. Ho pensato molte volte di rinunciare. Ogni volta però mi ritornavano alla mente le parole del mio professore d'italiano delle medie. Ci aveva dato un tema: riscrivere la scena di Polifemo e Ulisse con le nostre parole. Dopo aver letto il mio tema, mi disse che avevo un dono raro e che non avrei dovuto sprecarlo. Così non ho mollato. E poi, all'università, mi sono iscritta a Filosofia, per mia fortuna. Continuo a credere che se mi fossi iscritta a Scienze della Comunicazione, come per tutti gli anni di liceo avevo pianificato, non avrei mai scritto nulla. Non ricordo neppure perché improvvisamente cambiai idea, proprio nei quindici giorni prima dell'apertura delle iscrizioni. Comunque è stata una fortuna. Studiando Filosofia ho imparato a riflettere sul perché delle cose (anche le più piccole), a ripiegarmi in me stessa, a guardare il mondo al di là dell'apparenza, ad osservare gli altri. Sempre più la pulsione di scrivere ha preso corpo. Ed è esplosa con il mio primo vero libro: la tesi. Il progetto iniziale era quello di uno studio sul tema dell'identità in Paul Ricoeur. Ma non so perché ad un certo punto è diventata uno studio della scrittura e del rapporto fra scrittura ed identità di e in Ricoeur (un pensatore che, a differenza di tanti altri suoi compatrioti, non ha mai toccato direttamente il tema della scrittura, nda). Tentando il più possibile di tradurla in parole non filosofiche, la conclusione della tesi è stata che nella scrittura è possibile per l'autore un rapporto con l'altro che è il lettore, ma anche con l'altro che l'autore stesso è nella sua scrittura, e questo rapporto sfugge a qualsiasi tentativo di controllo o di previsione da parte dell'autore. E' stata come una presa di coscienza di me stessa. Dopo la laurea, il non scrivere ha iniziato a farsi più doloroso dello scrivere stesso. Ma non riuscivo ancora sbloccarmi, a scrivere le storie che mi frullavano in testa. Ho iniziato a scrivere il mio dolore di non riuscire a scrivere. E qualcosa si è spezzato e la scrittura ha iniziato a fluire. Ho buttato giù qualche bozza. Qualcuna di poche righe, qualche altra di due o tre cartelle. Ho iniziato un romanzo. Ho scritto 30-40 pagine. Però c'era ancora qualcosa che non andava. Forse c'era che continuavo a scrivere in segreto, come se la scrittura fosse qualcosa di cui vergognarsi. Poi ho letto di un concorso gratuito indetto dal Comune di Trieste dedicato alle sole scrittrici donne. Mi sono buttata. Vi ho partecipato con un racconto breve. Il concorso non l'ho vinto. Ma ho vinto la battaglia con me stessa: sono uscita allo scoperto. E poi è accaduto. Una mattina mi sono svegliata, ho preso il computer ed ho scritto ciò che avevo sognato quella notte. Quel sogno sarebbe diventato la conclusione del mio romanzo (compiuto e pubblicato) Tra inferno e paradiso.

Da quel momento la scrittura è diventata una droga. Quando scrivo perdo il senso del tempo. Non sento nulla (o quasi). Non vedo nessuno. Ignoro perfino le mie dita che si intorpidiscono e chiedono pietà.

La musica è una componente fondamentale mentre scrivo, ma anche prima della scrittura. Tante canzoni mi ispirano scene, parole, dialoghi, stati d'animo di possibili personaggi.

Anche i libri sono fondamentali. Quando leggo alcuni scrittori che scrivono con il cuore, spontaneamente, senza artifici letterari troppo marcati, vengo colta da una specie di sintonia che a a che fare con una sorta di risonanza. È come se parlassero sulla mia stessa frequenza. Adoro Jonhatan Coe, Susanna Tamaro, Amelie Nothomb, Micheal Cunningham, Stephenie Meyer, Nick Hornby, Jostein Gaarder. Proprio di Gaarder ora sto leggendo Scacco matto. Il primo capitolo si intitola “La mia testa ribolle”. Ecco è esattamente ciò che provo io quando scrivo e non scrivo. Leggere le mie stesse emozioni scritte da qualcun altro è quasi esaltante. Insomma, è come incontrare qualcuno che conosce quel gruppo musicale che ti piace tanto, ma che nessuno dei tuoi amici conosce e che, soprattutto, non potrà mai essere passato su Mtv (neppure su Brand:New) e non parliamo in radio.

Per concludere, questa ero e sono io:

Io: un tratto di scrittura che, per non essere cancellato si autocancella, non si scrive, non spezza, non risalta nel bianco della pagina. Ma io voglio, desidero risaltare. Devo far risuonare la scrittura dentro di me per essere me stessa.