La penna come un coltello. Decido che è ora di tagliarmi. É ora di far
uscire il sangue, l'inchiostro. Esito a lungo. Non è facile autoferirsi.
Ho paura del dolore. Finalmente mi apro, squarcio la mia carne. Esce il
sangue. Dolore e calore. Il foglio si colora. Ed eccomi lì. Un tratto di
scrittura su un foglio banco...
Questo è uno dei tanti pensieri che avevo scritto nel momento più buio
del mio rapporto con la scrittura. Non ho memoria di un tempo in cui non
ho scritto racconti (ovviamente non appena imparato a scrivere).
Scrivere è per me sempre stata la cosa più naturale del mondo. É la
scrittura in sé ad essermi connaturata. Trovo facile scrivere persino in
una lingua che non è la mia, come l'inglese. Scrivere è per me la cosa
più facile del mondo. Da sempre. Per questo è anche la più difficile.
Per anni ho scritto racconti. Li ho strappati tutti. Per anni ho
soffocato la pulsione di scrivere. Scrivere era doloroso. Sul foglio mi
trovavo faccia a faccia col mio io più intimo. Non volevo che nessuno lo
vedesse/leggesse. Forse neppure io stessa volevo vedermi. E tuttavia
continuavo a sognare di diventare una scrittrice. A chi mi chiedeva che
cosa volessi diventare da grande mentivo però. Dicevo “giornalista”.
Aveva a che fare con la scrittura, ma la percepivo come un tipo di
scrittura esterna, quasi impersonale. Pensavo davvero di diventare una
giornalista. Ma poi mi sono imbattuta nella realtà del mondo
giornalistico e, onestamente, la mia scrittura, una scrittura che
scaturisce dal cuore, non è mai riuscita ad adattarsi ad esso.
Per anni ho continuato a nascondere il mio sogno. Ho pensato molte volte
di rinunciare. Ogni volta però mi ritornavano alla mente le parole del
mio professore d'italiano delle medie. Ci aveva dato un tema: riscrivere
la scena di Polifemo e Ulisse con le nostre parole. Dopo aver letto il
mio tema, mi disse che avevo un dono raro e che non avrei dovuto
sprecarlo. Così non ho mollato. E poi, all'università, mi sono iscritta
a Filosofia, per mia fortuna. Continuo a credere che se mi fossi
iscritta a Scienze della Comunicazione, come per tutti gli anni di liceo
avevo pianificato, non avrei mai scritto nulla. Non ricordo neppure
perché improvvisamente cambiai idea, proprio nei quindici giorni prima
dell'apertura delle iscrizioni. Comunque è stata una fortuna. Studiando
Filosofia ho imparato a riflettere sul perché delle cose (anche le più
piccole), a ripiegarmi in me stessa, a guardare il mondo al di là
dell'apparenza, ad osservare gli altri. Sempre più la pulsione di
scrivere ha preso corpo. Ed è esplosa con il mio primo vero libro: la
tesi. Il progetto iniziale era quello di uno studio sul tema
dell'identità in Paul Ricoeur. Ma non so perché ad un certo punto è
diventata uno studio della scrittura e del rapporto fra scrittura ed
identità di e in Ricoeur (un pensatore che, a differenza di tanti altri
suoi compatrioti, non ha mai toccato direttamente il tema della
scrittura, nda). Tentando il più possibile di tradurla in parole non
filosofiche, la conclusione della tesi è stata che nella scrittura è
possibile per l'autore un rapporto con l'altro che è il lettore, ma
anche con l'altro che l'autore stesso è nella sua scrittura, e questo
rapporto sfugge a qualsiasi tentativo di controllo o di previsione da
parte dell'autore. E' stata come una presa di coscienza di me stessa.
Dopo la laurea, il non scrivere ha iniziato a farsi più doloroso dello
scrivere stesso. Ma non riuscivo ancora sbloccarmi, a scrivere le storie
che mi frullavano in testa. Ho iniziato a scrivere il mio dolore di non
riuscire a scrivere. E qualcosa si è spezzato e la scrittura ha iniziato
a fluire. Ho buttato giù qualche bozza. Qualcuna di poche righe, qualche
altra di due o tre cartelle. Ho iniziato un romanzo. Ho scritto 30-40
pagine. Però c'era ancora qualcosa che non andava. Forse c'era che
continuavo a scrivere in segreto, come se la scrittura fosse qualcosa di
cui vergognarsi. Poi ho letto di un concorso gratuito indetto dal Comune
di Trieste dedicato alle sole scrittrici donne. Mi sono buttata. Vi ho
partecipato con un racconto breve. Il concorso non l'ho vinto. Ma ho
vinto la battaglia con me stessa: sono uscita allo scoperto. E poi è
accaduto. Una mattina mi sono svegliata, ho preso il computer ed ho
scritto ciò che avevo sognato quella notte. Quel sogno sarebbe diventato
la conclusione del mio romanzo (compiuto e pubblicato) Tra inferno e
paradiso.
Da quel momento la scrittura è diventata una droga. Quando scrivo perdo
il senso del tempo. Non sento nulla (o quasi). Non vedo nessuno. Ignoro
perfino le mie dita che si intorpidiscono e chiedono pietà.
La musica è una componente fondamentale mentre scrivo, ma anche prima
della scrittura. Tante canzoni mi ispirano scene, parole, dialoghi,
stati d'animo di possibili personaggi.
Anche i libri sono fondamentali. Quando leggo alcuni scrittori che
scrivono con il cuore, spontaneamente, senza artifici letterari troppo
marcati, vengo colta da una specie di sintonia che a a che fare con una
sorta di risonanza. È come se parlassero sulla mia stessa frequenza.
Adoro Jonhatan Coe, Susanna Tamaro, Amelie Nothomb, Micheal Cunningham,
Stephenie Meyer, Nick Hornby, Jostein Gaarder. Proprio di Gaarder ora
sto leggendo Scacco matto. Il primo capitolo si intitola “La mia
testa ribolle”. Ecco è esattamente ciò che provo io quando scrivo e non
scrivo. Leggere le mie stesse emozioni scritte da qualcun altro è quasi
esaltante. Insomma, è come incontrare qualcuno che conosce quel gruppo
musicale che ti piace tanto, ma che nessuno dei tuoi amici conosce e
che, soprattutto, non potrà mai essere passato su Mtv (neppure su Brand:New)
e non parliamo in radio.
Per concludere, questa ero e sono io:
Io: un tratto di scrittura che, per non essere cancellato si
autocancella, non si scrive, non spezza, non risalta nel bianco della
pagina. Ma io voglio, desidero risaltare. Devo far risuonare la
scrittura dentro di me per essere me stessa.
